Gilberto ci racconta il Suo ST!

“La Vostra prima volta”

TRAIL DI SANT’OLCESE

Eccomi, eccolo il traguardo. Un ultimo sforzo sulla ghiaietta fianco alle papere nello
stagno.. Sono un cadavere verticale, morto chissà forse mille volte senza tuttavia mai
morire. Lo stato della mia putrefazione è avanzato, evidentGIBCOSTAe. Sono chilometri che sento la puzza della mia carcassa. Corro, cammino, avanzo nel mentre ha il via la
decomposizione. Una volta si sarebbe detto “U le da caccià in tu liamme”. Oggi è,
sarebbe sufficiente sentenziare “Piantala lì”. Sono esanime, distrutto. Sfinito subito dopo aver gattonato, superando quel paese di pietra abbandonato.
La vita un giorno lontano fu interrotta, sospesa nel tempo. Se ne andarono oppure lo abbandonarono. Due gesti, azioni all’apparenza simili, tuttavia molto diversi e significativi. Seicento metri di dislivello in poco meno di un chilometro tra ciuffi d’ebra, pietre smosse, rovi e sogni conati. Un risalire impossibile (per me) colmo di segnali da li a breve inconfutabili. Così, salendo la piramide bionda, una parete verticale, un muro alto, enorme; eretto dalla provvidenza chissà quando, assume le sembianze di un mostro. Un orco, diavolo tremendo.

Un ostacolo insormontabile, nemico senza pietà. Mi accascio esangue ben tre volte. Girato di schiena, vigliacco, non riesco nemmeno a guardar negli occhi il mio carnefice. Mi rialzo, guardo il cielo che mastica le nuvole, cerco qualche santo. Niente, nulla solo pensieri grigi, tentazioni e tentativi. Bestemmierei, ma no cazzo, non posso, non voglio, resisto!

Nel frattempo il vento riposa quieto sopra il mare che abbraccia e stringe forte a se
Genova. Quassù tutto è più bello, pure la città sembra in pace, lontana dai vorticosi e
frenetici ritmi assurdi della quotidianità. L’orizzonte è un dipinto velato, un ritratto
acquerello dai tratti diluiti all’aperto, intanto tenta di sfuggire all’autunno. La riviera è
appena accennata come una pennellata celeste, morbida, delicata. Sono una foglia
caduta dall’albero della vita che si scrolla di dosso: gli anni, i giorni e le ore. Una lamella accartocciata, ingiallita, colorata dal tempo; logora e in breve toccherà il suolo per sparire.

Ricado e mi rialzo, testardo “mi riprendo”. Si magari, invece mento anche ora che mescio inchiostro sul bianco. Sono confuso, pesante. Mi sento… sono grosso, ingombrante, debole e minuscolo. Ripenso, rivivo l’attesa, l’emozione dell’esordio, della prima volta. Gli attimi prima della partenza attorno con la consapevolezza che in molti mi asfalteranno.

“Mi guardo in giro e sono tutti migliori di me.” Le creuze erose dai passi della salita, dal
muschio e l’ombra del bosco prima di raggiungere il Diamante. I ricci su gli alberi gravidi di castagne “nascendo” rimbalzano al suolo tonfi sulle pietre, lucide, brillanti, scivolose come il ghiaccio sui vetri. Il primo sole sempre innamorato dell’estate ci accoglie fuori la radura. E’ amore a prima vista … si folleggia. I tornanti per salire al Forte sono storici, suggestivi, salgono e non ti uccidono, ritornano ma non ti risparmiano. Infine, improvvisamente il Gigante: la notte è ancora attaccata alle sue grevi muraglie. Trapassandolo si ha la sensazione di un trapasso storico , macchina del tempo. La discesa è verticale, fortunata ed asciutta. Un giocattolo comunque cui prestare attenzione. Adesso è sole e bel tempo, solidarietà, bella gente tinta di rosso a strisce bianche. Sentieri, ora vecchie mulattiere muretti a secco scolpiti nel tempo, smussati dall’età, segati dal clima, tanto da non risultare mai più corpi estranei nell’ambiente circostante. Bensì mariti e spose, padri e figlie. Una natura a tratti incontaminata: ruzzoli d’acqua immacolata, sponde di pietra vivida, acuminata. Contrapposti ad altri violentati dalle precipitazioni oramai divenute implacabili, bombe dalla precisione chirurgica, ove esplodendo creano voragini, frane mosse e macerie perenni. Scrivo e mi placo, scrivo e sto meglio; ho il volto segnato dallo sforzo, le vene sulla fronte gonfie e crepate. La pelle di braccia e gambe sfiorate dal sole. Dimentico altri innumerevoli semplici gesti, particolari; so già che affioreranno quando avrò messo il tappo alla penna, sarà tardi.

Comunque sarà, le emozioni vissute e condivise resteranno appese, appiccicate
all’anima, fissate negli occhi. Rivivrò per giorni tutti questi passaggi, i passi e le cadute.
La farfalla alta in cielo, troppo alta da raggiungere, impossibile seguire il suo sorriso. I
volti sconosciuti ma simili nel dolore, nello sforzo e nella fatica. Quelli noti …
Col tempo forse sarò meno severo e mi accetterò per quel che valgo. Un uomo al
vento con una valigia fatta di sogni e limiti. Barriere che via via il tempo fortifica e dilata soffocandomi in gola il respiro.

Gilberto Costa

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